PAOLO DI CANIO

Paolo di Canio

Paolo Di Canio – Passione per il Celtic

ESTRATTO I – (Paolo Di Canio – L’autobiografia).
Moreno Roggi si mise al lavoro immediatamente, per concludere il mio passaggio al Celtic. Allo stesso tempo, io cercavo di preparare Betta a questa possibilità. Comprai una cartina dell’ Europa, la portai a casa e la stesi sul tavolo della cucina. Volevo farmi un’ idea chiara di dove fosse Glasgow, ma volevo anche essere gentile con mia moglie.
“Sembra interessante questa parte alta della cartina”, le dissi mentre fissavo intensamente la carta. Che ne diresti se andassimo a vivere là per un pò?”.
Mi guardò.
“Lassù?”, mi rispose con un sorriso. “Paolo, anche se tu ci portassi fuori da questa cartina, non sarebbe importante. Siamo la tua famiglia e staremo sempre con te”.
Sapevo che l’avrebbe presa bene. Sono stato davvero fortunato ad avere una famiglia che mi ha sempre sostenuto. Li ho sempre messi prima di tutto, ma anche Betta ha sempre appoggiato al 100% le mie decisioni. Penso che lei sapesse quanto ero eccitato all’idea di provare una nuova esperienza, quanto fosse importante per me andare via dal Milan e trovare un posto dove avrei potuto essere felice.
D’altra parte, l’onestà è una parte cruciale in ogni relazione. Tu non puoi tenere la tua rabbia nascosta, perchè un giorno potrebbe esplodere e, anche se non lo facesse, a lungo andare ti sentiresti infelice. Ma ci vuole una certa capacità nel sapere quando esprimere il proprio disaccordo o quando tenere la bocca chiusa. Betta sapeva sempre come fare. Non so se lei fosse veramente entusiasta del fatto di andare a Glasgow o se ha solo imparato ad amarlo più tardi. In ogni caso, mi sono sempre sentito come se fossimo stati sempre d’accordo su questa decisione.
Conoscevo molto poco del calcio scozzese. Conoscevo le famose strisce orizzontali bianche e verdi del Celtic dai tempi in cui giocavo a Subbuteo da bambino. Amavo quelle magliette, per il fatto che sembravano divise da rugby e non avevano i numeri sulla schiena. Solo l’idea di vestire qualcosa di cosi diverso, di cosi inusuale, mi eccitava.
L’altro aspetto del calcio scozzese con il quale avevo familiarità era l’esistenza di Ally McCoist. Se tu vivi in Italia e amavi il calcio, dovevi essere stupido se non avevi sentito parlare di McCoist. Nessuno l’aveva mai visto giocare, ma si era sempre sentito di questo fenomenale giocatore che segnava 30 e più goal ogni stagione e che vinceva il Golden Boot.
A me appariva esotico e meraviglioso. Ho sempre pensato tra me e me: “Questo ragazzo ha segnato 3.000 goal in Scozia, deve essere incredibile!”. Certamente più tardi , dopo che sono andato in Scozia e ho giocato nella Premiership scozzese, ho capito esattamente il motivo per cui McCoist aveva segnato cosi tanto.
Il fatto che il calcio scozzese non sia proprio il massimo, comunque, non ha fatto diminuire per niente la mia impressione di McCoist. Non era colpa sua se gli avversari valevano cosi poco. Alcune persone, in particolare in Italia, credono che a meno che tu non ti metta alla prova al livello più alto (Seri A ndt) sarai sempre un flop. Non solo questo è un modo di fare incredibilmente arrogante (basato sull’opinione che la Serie A sia molto meglio di qualsiasi altra lega), ma è anche chiaramente ingiusto. McCoist era felice di stare dove stava. Era, ed è tuttora, un eroe nazionale. Perchè si sarebbe dovuto muovere?
Il presidente del Milan Silvio Berlusconi ci ha concesso di usare uno dei suoi jet privati per volare a incontrare i dirigenti del Celtic. Il mio agente Moreno Roggi, il general manager del Milan Ariedo Braida ed io andammo a Glasgow in giornata. La città a prima vista non mi fece una bella impressione. Era fredda e piovosa, le strade erano vuote, sembrava un panorama post nucleare. Ma poi arrivammo al Celtic Park e tutto cambiò.
Sembrava il tipo di campo che avevi sempre sognato da bambino. Era bello, si poteva annusare la storia e la tradizione. Mi diedero una sciarpa e qualche video da mostrare a Betta e Ludovica. Tornammo indietro il pomeriggio stesso e quella sera rimasi alzato fino a tardi a guardare le videocassette del Celtic. Ero incantato. Non potevo credere a quanto fosse intensa la passione, a come si infiammasse la folla.
Una settimana dopo ritornai a Glasgow e incontrai, Tommy Burns.
Passammo tutta la giornata insieme; Tommy mi mostrò ogni angolino del Celtic Park e mi sentivo sempre più coinvolto. Vidi la foto di Brother Wilfrid, il prete che fondò il club nel 1888, i ritratti dei capitani della squadra, gli spogliatoi e le tribune.
Tommy parlava veloce nel suo spiccato accento di Glasgow e, seppure non capissi una parola di quello che diceva, realizzai che sapevo esattamente quello che stava dicendo. E’ strano, avolte, puoi instaurare un rapporto con qualcuno e capirti completamente, anche se non si parla la stessa lingua. Con Tommy fu cosi; mi sentivo come se fossimo fratelli, come se fossimo cresciuti insieme al Quarticciolo. In realtà, lo conoscevo solo da venti minuti.
Quello che mi colpi maggiormente fu quanto fosse gasato Tommy mentre mi parlava. Avrebbe potuto mostrarmi la cosa più banale, un tabellone o l’ufficio di qualcuno, e sarebbe comunque andato avanti a fare cenni, gesticolare e parlare a mille all’ora. Sapevo esattamente come si sentiva. Io faccio lo stesso, quando provo molta passione per qualcosa, inizio a parlare molto velocemente e con un forte accento romano.
Raramente avevo sentito un legame cosi con un’altra persona. Lui puntava il dito verso le tribune e poi si batteva la mano sul petto, ripetendo “Cuore! Cuore!”. Penso fosse il suo modo per dirmi che i tifosi del Celtic hanno molto cuore. Io gli rispondevo indicando me stesso e battendomi allo stesso modo la mano sul petto, per portare a fargli capire che anch’io avevo parecchio cuore.
Mentre accadeva ciò, Moreno si stava incontrando con i dirigenti del Celtic per discutere i termini del mio contratto. Il Celtic mi aveva acquistato per 800.000 sterline, ma mi avevano subito detto che non potevano spendere cosi tanto per il mio stipendio. Si sentivano come se stessero scommettendo su di me,ma, nel caso le cose fossero funzionate, sarei stato ripagato.
“Non ti preoccupare, Paolo”, mi disse il presidente Fergus McCann. “Daremo un’altra occhiata al tuo contratto alla fine della stagione. Se farai bene sarai ripagato. Te lo prometto”.
“Te lo prometto”. Quelle tre parole rovinarono la mia carriera al Celtic. Fui stupido abbastanza da credere che McCann fosse un uomo di parola.Per me una promessa vale più di mille contratti.
Non avevo idea che, nel giro di dieci mesi, avrei scoperto che per Fergus McCann una promessa non ha alcun valore.
Mi portarono fuori per la presentazione ufficiale ai tifosi.
Era incredibile, qualcosa che non avevo mai vissuto in precedenza. Il sole splendeva, sembrava Napoli. Ero sui gradini del Celtic Park e tutt’attorno a me, almeno fino dove la vista poteva arrivare, c’erano i tifosi del Celtic con le striscie bianche e verdi.
Ci dovevano essere dozzine di fotografi e di telecamere, mentre il servizio di sicurezza teneva la gente a distanza.
Per un secondo pensai tra me e me ” Non può essere tutto per me. Devono avere firmato qualcun altro, una stella da grande nome “.
Poi iniziai a comprendere cosa fosse il leggero boato che proveniva dalla folla: “Paolo! Paolo, Paolo!”. Stavano cantanto il mio nome al ritmo delle campane di Pompei!
Ero sbalordito, era come a Napoli quando venne firmato Diego Maradona. Amai ogni singolo attimo di quel momento.
L’addetto stampa del Celtic mi disse di dire alla folla: “Il Celtic è una grande squadra per la quale giocare”. Non capivo davvero quello che stavo dicendo, ma quando le parole uscirono dalla mia bocca, la folla impazzi. Voglio dire che erano entusiasti. A quel punto mi innamorai cosi come avevo fatto con Tommy Burns.

Paolo-Di-Canio - Celtic

ESTRATTO II – (Paolo Di Canio – L’autobiografia).
A quel tempo parlavo ancora molto poco inglese, ma un viaggio in prestagione in Olanda fu una grande opportunità per imparare un po del loro gergo. Il mio compagno di stanza era Peter Grant, il nostro capitano. Era una delle persone più gentili e piacevoli che avessi mai incontrato, in qualche modo era forse troppo piacevole. Per animare un po le cose, decisi di passare del tempo con lui.
Per puro caso scoprii che aveva una fobia per il pesce. Non aveva molto senso per me, era una di quelle cose strane che nessuno può spiegare, ma ogni volta che a cena servivano il pesce lui lasciava la tavola o, almeno girava la testa dall’altra parte disgustato.
In ogni caso io decisi di sfruttare questa cosa per il mio divertimento. Una notte strisciai nella cucina dell’hotel e trovai una grossa testa di salmone. Era ancora fresca e abbastanza raccapricciante. Il salmone aveva un occhio che sembrava seguire i tuoi passi nella stanza. Anch’io ero un po inorridito, ed io adoro il pesce. Misi la testa del salmone in una busta di plastica trasparente e tornai in stanza.
Peter era sdraiato sul letto.
“Per te!” dissi allegramente, lanciando la testa del pesce sul letto.
Peter deve aver fatto un salto di un paio di metri. Non l’avevo mai visto muoversi cosi velocemente. Corse dall’altra parte della stanza e iniziò a strillare. Non riuscivo a comprendere quello che stava dicendo, ma aveva sicuramente a che fare con il pesce.
Stava in piedi terrorizzato davanti al salmone, come se si trattasse di un mostro sul punto di divorarlo.
Naturalmente, io facevo lo stupido.
“Cosa ? Vuoi il pesce?”, dissi prendendo la testa di salmone e avvicinandomi di qualche passo verso di lui.
“No, no!”, gridava.
Era davvero spaventato. In un primo momento pensai che stesse giocando con me facendo finta di essere spaventato, ma subito dopo mi accorsi che era davvero terrorizzato. Cosi lo inseguii in giro per la stanza con il pesce. Stava impazzendo.
Sbatteva contro i mobili, faceva cadere le lampade, cercando di sfuggirmi. Io lo rincorrevo, ridendo.
Alla fine si chiuse in bagno. Lo sentivo urlare a squarciagola.
“Tu sei pazzo, Di Canio! Sei un fottutissimo pazzo! Butta via quel pesce! Buttalo fuori di qui!”
Ridevo talmente forte da avere le lacrime agli occhi. Non avevo riso cosi tanto da anni. Muovevo la maniglia della porta del bagno per farlo spaventare ancora di più e gridavo: “Peter! Oh Peter! Ora di cena! Ora del pesce!”
Andai avanti a tormentarlo per dieci minuti buoni. Lo potevo sentire che si muoveva nel bagno e, qualche volta, mi diceva che ero pazzo.
Alla fine, optai per una tattica diversa. Nascosi la testa del pesce nel suo letto, sotto il piumone. Lui stava zitto nel bagno, cosi bussai alla porta.
“Peter? E’ ok, niente pesce! Vieni Peter, vieni Peter vieni. Nessun pesce per te.
Pesce finito, niente più pesce!”
Lo sentivo che mi imprecava dietro, ma per il mio bene non sapevo cosa stesse dicendo. Dopo un po apri la porta e diede un’occhiata fuori. Io me ne stavo sul mio letto a guardare la tv, facendo la faccia più innocente che mi era possibile in quel momento.
Mi diede un’occhiataccia e scrutò attentamente la stanza. Soddisfatto del fatto che il pesce non ci fosse più, tornò sul suo letto.
“Sei un fottuto pazzo Di Canio”, borbottò mentre si svestiva per andare a letto.
“Scusa,basta pesci, Peter” dissi io nel modo più dolce possibile.
Scosse la testa e tirò indietro il piumone. Non mi dimenticherò mai la faccia che fece quando vide la testa di salmone che lo fissava. Cacciò un urlo spaventoso e corse nell’angolo opposto della stanza. Urlava e gridava cose sensa senso. Le sue frasi erano tutte contorte ed era in iperventilazione. Io ridevo sempre di più.
Era scioccato, non era neanche in grado di prendersela con me. Era la fermo e respirava molto velocemente. Alla fine mi liberai del pesce, ma ci volle un pò di tempo prima che Peter ricominciasse a parlarmi.
Nonostante questo incidente, diventammo ottimi compagni di squadra. Come ho già detto, era uno splendido ragazzo e, insieme a Tommy, Billy Stark e Paddy Bonner faceva sentire il Celtic come una grande famiglia. Penso che questo fosse in larga parte merito del lavoro di Tommy come allenatore. Ci faceva sentire tutti parte di qualcosa di speciale.
A nessuno sembrava importare che fossi straniero, o che prendevo più soldi o che ero diverso. Mi sentivo accettato in tutto e per tutto, come se conoscessi quei ragazzi da tutta la vita. Una sera, dopo una partita amichevole in prestagione, andammo a Loch Lommond a vedere gli Oasis in concerto. Era un mondo diverso rispetto a Milano o alla Juventus!
Cantavamo a squarciagola e bevevamo birra durante il nostro tragitto in bus.
Pierre Van Hooijdonk mi disse di cantare “Se bastasse una bella canzone” di Eros Ramazzotti. Cantare non fa proprio parte del mio repertorio, il che spiega perchè dopo pochi secondi tutti mi dissero di tenere la bocca chiusa.
“Vaffanculo a tutti!” Dissi. Le parolacce sono sempre le prime cose che impari quando stai studiando una lingua straniera.
Mai mi dimenticherò l’unica volta in cui Tommy si arrabbiò con me. La stagione era iniziata da circa un mese e una mattina, durante un allenamento, ero particolarmente frustrato. Passare dal Milan, dove ero supportato da giocatori di talento, al Celtic era un grande cambiamento. Non vuole essere una critica al Celtic, ma, in termini di tecnica, non c’era proprio paragone.
Stavamo giocando una partitella d’allenamento e io mi sentivo sempre più frustrato perchè non ricevevo mai un passaggio azzeccato. Era sempre un pò avanti o un pò indietro o all’altezza della cinta. Volevo dire ai miei compagni solo di rilassarsi e focalizzarsi sul calciare la palla in modo pulito e preciso, invece di lanciarla via velocemente.
Invece, visto che il mio inglese era limitato, riuscii solo a urlare con rabbia: “Sono passaggi di merda! E’ tutto una merda!”
Davvero non avevo imparato a dire molto di più. Peter Grant mi disse di stare calmo e di non parlare in quel modo. Persi il controllo per un minuto.
“No! Parlo cosi perchè è tutto una merda!” Urlai. “Siete merda! Perdiamo sempre con i Rangers perchè voi siete delle merde!”
Non volevo insultare i miei compagni, ma questo era l’unico modo per esprimermi. Stavo cercando di dire che avevamo bisogno di lavorare più duramente e concentrati, perchè non eravamo ancora abbastanza forti per contrastare i Rangers. Invece, sbagliai tutto.
Tommy corse verso di me.
“Paolo, stai zitto”, mi gridò. “Calmati! Non parlare cosi!”
“No Tommy, qui è tutto una merda!”, risposi.”Guarda questi giocatori di merda!”
“Paolo, finiscila!”
Non potevo stare li a farmi urlare dietro. Mi sentivo frustrato, nessuno sembrava capire quello che stavo dicendo.
“No, non mi fermo!”, urlai ancora. “Questi sono tutti giocatori di merda! Questo è un club di merda!”
L’espressione di Tommy cambiò.
“Vattene!”, disse. “Vattene ora”.
Era furioso. Ma anch’io ero arrabbiato. Arrabbiato del fatto che nessuno mi capisse. Ovviamente non era colpa di nessuno, ma questo non faceva diminuire la mia frustrazione.
Uscii dal campo e mi misi in marcia verso Celtic Park. Dal campo di allenamento dei Celtic, Barrow Field, a Parkhead sono circa due miglia, ma le feci tranquillamente ancora con le scarpe da calcio e in divisa di allenamento. La gente mi guardava in modo strano, forse mi avevano anche riconosciuto mentre camminavo fra le case, ma non mi importava.
La mia mente stava correndo, cercando di dare un senso a quello che era accaduto. Nel momento in cui Celtic Park apparve alla mia vista, iniziai a sentirmi profondamente pentito per la mia lite con Tommy. Sapevo che si trattava di un malinteso, sapevo che eravamo entrambi vittime del nostro temperamento.
Ma sapevo anche che non avrei più giocato per il Celtic.
Superai il cancello e vidi Tommy.
Subito dopo che l’avevo lasciato, lui era saltato in macchina e aveva guidato fino a Celtic Park. Non voleva che finisse in quel modo.
“Paolo!”, mi chiamò.
Ero fermo davanti a lui. Non sapevo cosa fare.
“Paolo non andare! Non ci lasciare!”
Non mi sarei mai aspettato una cosa del genere. Gli allenatori sono arroganti, sono pieni d’orgoglio, semplicemente, loro non si presentano davanti ai giocatori per scusarsi. Non avevo parole.
“Paolo, è tutto okay!” La voce di Tommy era rotta per l’emozione.
“Non ci lasciare, non andartene per una cosa cosi stupida!”
Ero davvero emozionato. Non sono sicuro di cosa feci dopo. ma penso di ricordarmi di averlo abbracciato. Il fatto che Tommy ci tenesse cosi tanto a me e al Celtic da porci davanti al suo orgoglio, era sbalorditivo. Fu li che divenne come un fratello per me.

Paolo Di Canio - Tommy Burns

ESTRATTO III – (Paolo Di Canio – L’autobiografia).
Betta e Ludovica mi raggiunsero a Glasgow a metà agosto. In un primo momento ero preoccupato dal fatto che non potesse piacergli, ma anche loro si innamorarono della Scozia praticamente già all’arrivo. Avevamo una casa splendida appena fuori Glasgow. C’era un giardino con un piccolo rusciello che vi scorreva in mezzo. E, cosa migliore di tutte, c’erano le papere, gli scoiattoli e le volpi. Ludovica era come impazzita. Per lei era come un film della Disney, penso che, fino ad allora, lei avesse visto gli animali selvatici solo in televisione.
Mi ricordo delle sere in cui io e lei stavamo seduti in giardino in attesa di uno scoiattolo o di una volpe per mettere in azione il nostro rilevatore di movimento e accendere le luci.
Non avevamo mai avissuto all’estero, ma presto ci costruimmo la nostra piccola cerchia di amici. “Il Pavone” , un ristorante italiano che si trova nello shopping centre di Prince’s Square, divenne per noi quasi come una seconda casa. Siamo ancora in contatto con i proprietari, Guerino e Marco.
Iniziai anche a prendere lezioni di inglese, anche se non è che fossi un grande studente, specialmente se paragonato a Betta. Lei sembrava assorbire la lingua facilmente. Mi sentivo un po’ un asino, ma imparai velocemente che la gente non sempre capiva quello che stavo dicendo. Solo che avrei dovuto, e potuto, parlare meglio inglese. Guardo a gente come Vialli e sono un po’ invidioso. Lui è li da quando ci sono io, e il suo inglese è dieci volte meglio del mio.
So che parte di quello è dovuto al fatto che la sua insegnante di inglese è un vero sergente di ferro che lo costringe a studiare. Penso che il trucco sia, se vuoi sentirti a tuo agio con una lingua straniera, quello di pensare in quella lingua. La maggior parte delle persone semplicemente traduce in inglese i concetti che vuole trasmettere. Vialli, invece, ora pensa in inglese e questa è la chiave per parlare le lingue straniere.
Feci il mio debutto in campionato in trasferta a Kilmarnock. Era la terza partita di campionato e io ero ancora un po’ dolorante per una caviglia che mi ero girato, cosi Tommy decise di lasciarmi in panchina. Quando mi spedi’ in campo mancavano 30 minuti alla fine ed eravamo sotto 1-0.
Potevo sentire il boato crescente che proveniva dalla zona dei tifosi ospiti del Celtic.
Segnai, poi misi in condizione Andy Thom di fare il secondo e Jorge Cadete il terzo. Al fischio finale corsi verso i nostri tifosi per ringraziarli. Stavano tutti cantando il mio nome, non potevo credere alla loro passione. Avevo trovato una casa.
Da quel momento, la rivalità con i Rangers divenne ovvia, ma non avevo idea di cosa ci fosse in programma per me al mio primo Old Firm derby.
Era il 28 Settembre 1996, stavamo per affrontare i Rangers a Ibrox e io stavo per entrare in un nuovo mondo. Non c’è niente di cosi. Io sono laziale e sono cresciuto respirando, mangiando e bevendo la nostra rivalità con la Roma. Ho sempre sinceramente pensato che il derby di Roma fosse la più grande partita della storia.
Fu cosi finchè non andai al Celtic e non vissi in prima persona l’Old Firm derby. Potete prendere tutti i derby del mondo, metterli tutti insieme e ancora non raggiungereste un milionesimo dell’Old Firm. Lo stato d’animo era differente nel tunnel dei giocatori. Normalmente ci si stringe le mani, si fanno quattro chiacchiere, almeno si conosce il proprio avversario. Quel giorno, invece, nessuno disse una parola. Stavamo solo in piedi uno in fronte all’altro. Nessuno ringhiava, ma questo era l’andazzo.
Eravamo come cani rabbiosi, che scrutano i propri antagonisti, pronti per essere liberati.
Sul campo il rumore era quasi intollerabile. Conosco molti giocatori, soprattutto stranieri, che si potrebbero perdere nell’intensità e nell’ostilità che c’è in una partita del genere. Può intimidire, e non mi riferisco solo ai tifosi avversari.
Guardi i tuoi tifosi e vedi la loro passione, la loro rabbia, le loro facce sconvolte dall’emozione e può fare paura.
Ma non a me.
La pressione era la mia linfa vitale. Mi cibavo di essa. Mi sentivo seriamente più forte, fisicamente e mentalmente, mentre sentivo i tifosi cantare. Mi sentivo come se li avessi potuti sentire individualmente, uno per uno, voci separate che si uniscono per incitarmi.
Mi feci prendere dalla loro passione e lasciai che si insinuasse dentro il mio corpo.
Dovevo essere l’Orgoglio del Celtic. Dovevo, con dei tifosi del genere. Non avrei potuto accettare se non il meglio da me stesso.
Sapevo quanto era importante fermare i Rangers. Avevano vinto otto titoli consecutivi e se ci avessero battuti avrebbero eguagliato la leggenda del Celtic che, nei tardi anni ’60 e nei primi ’70, vinse nove campionati in fila.
Non potevamo lasciare che accadesse.
Oltre a ciò, mi sentivo risucchiato nella vecchia rivalità.
Conosco persone che dicono che devi essere scozzese o, meglio ancora, di Glasgow, per comprendere la rivalità dell’Old Firm. Forse è vero, io posso solo parlare della mia esperienza e di cosa ha significato per me.
La parola “odio” non è un bel termine, ma l’astio ha il suo valore nello sport.
Non solo quello, una certa dose di rabbia, di cattiveria, di collera può essere salutare perchè ti sprona a dare di più, a eccellere. Ovviamente, stiamo parlando di un astio temporaneo che svanisce alla fine di un evento, ma durante la competizione e prima, quando ti stai preparando, è essenziale.
Bisogna avere rabbia anche nella vita quotidiana. Io ne ho in abbondanza, è quello che mi ha aiutato ad arrivare dove sono oggi. E nello sport, insieme all’astio, può aiutare a fare grandi cose. Spesso, è quello che differenzia i grandi giocatori da quelli “solo” buoni ed è ciò che permette ai giocatori mediocri di competere regolarmente ai massimi livelli.
C’era astio nell’Old Firm e io me ne nutrii. Lo sfruttai a mio vantaggio. Sapevo perfettamente che c’era di mezzo la religione, e seppur non capissi e non volessi entrare in tale disputa, ne feci tesoro.
Sono Cattolico, loro Protestanti. Mi era molto chiaro.
Non voleva dire che io giravo per il campo urlando (o anche solo pensando): “Sono Cattolico! Voi siete Protestanti! Vi distruggerò! ”
Sapevo, comunque, cosa rappresentavo per i tifosi del Celtic e, più importante, cosa volesse dire per loro battere i Rangers. Era l’opportunità di ottenere una vittoria, anche striminzita, contro un nemico che per decenni li aveva oppressi, dentro e fuori dal campo.
Il loro astio non era solamente legato al calcio, ma era il calcio che entrava a far parte della mia sfera d’azione. Ed era nel calcio che potevo farlo mio e usarlo per diventare più forte.
Mi diede quella collera extra , perchè volevo disperatamente entrare nella storia del Celtic. I loro nemici erano diventati i miei nemici e, fino al fischio finale, odiavo il nemico come facevano loro.
Per le ragioni extra calcistiche , il loro odio mi pareva assurdo. Avevo letto la storia, le radici del problema, che risalivano all’Irlanda del Nord e alle discriminazioni subite dagli immigrati irlandesi in Scozia.
La mia razionalità mi dice che questo odio continuo non ha senso. E’ l’anno 2000, perchè continuare a portarsi dietro questa cosa nel mondo dello sport?
Come ho già detto, non c’è nulla di male nel provare astio. Non c’è nulla di sbagliato nel detestare i Rangers, anche con la parte più piccola del proprio corpo. Ma farlo perchè sono Protestanti, per eventi che sono accaduti in altri luoghi e parecchio tempo prima, è ridicolo.
C’è il diritto di protestare, il diritto di combattere, talvolta è anche doveroso farlo. Ma quando le persone muoiono per un conflitto che risale a secoli prima, una guerra che ne loro, ne i loro padri o i loro nonni hanno cominciato, c’è qualcosa di profondamente sbagliato nel portarlo avanti.
Quando l’IRA o i lealisti paramilitari uccidono donne e bambini, non ci può essere alcuna giustificazione. Quando un quattordicenne di Belfast dice: “Questa è la mia terra, sono nato qui e morirò qui”, non ci può essere giustificazione.
Quello che mi rattrista maggiormente è che questi bambini sono cresciuti nell’odio, senza capire le ragioni di tale odio. Questi bambini non hanno scelta . Sono stati derubati della loro libertà di pensare.
Immagino un giovane Protestante di Glasgow che scopre il suo amore per il calcio. Potrebbe vedere me o Henrik Larsson o Tom Boyd e provare ammirazione per la nostra bravura o per la nostra passione. In un mondo normale è questo il modo in cui i bambini diventano tifosi, rimangono incantati da uno specifico giocatore di calcio e si innamorano della sua squadra.
Ma quel giovane Protestante non potrà mai diventare un tifoso del Celtic. Non potrà mai innamorarsi di noi. E questo è sbagliato.
E’ malvagio.
Anche quando non insegni a qualcuno ad odiare, ma solo a non amare, è sbagliato, è perverso.
E ancora, pur avendo detto tutto ciò, non posso condannare i tifosi dei Rangers e del Celtic per il fatto che si odiano l’un l’altro. Sono consapevole di venire da un’altra cultura. Il mio background influisce sulle mie opinioni, non potrebbe essere altrimenti. E cosi, nella mia testa, nella mia cultura, questo odio non ha senso.
Ma, proprio per il fatto che sono di Glasgow e perchè non sono cresciuto in quel contesto, non ho il diritto di dire loro che quello che fanno è sbagliato. Non ho mai dovuto avere a che fare con le stesse cose con cui hanno avuto a che fare loro e non sono cresciuto in quell’ambiente.
Non credo debba andare cosi. Penso che le cose possono cambiare, se le persone si mettono di buona volontà perchè questo accada.
Ma non credo che lo vogliano. Se mai l’avessero voluto, avrebbero già fatto qualcosa. Basta prendere la scuole, ad esempio. Ludovica è andata in una di quelle poche miste di Glasgow. Tutte le altre sono Cattoliche o statali, che significa che sono pressochè Protestanti, visto che i Cattolici vanno in tutte quelle Cattoliche.
Questi ragazzini crescono vedendo gli altri come dei diversi. Crescono senza conoscere meglio le cose, incapaci di ragionare con la propria testa.
Penso che se le persone avessero davvero voluto cambiare, avrebbero permesso ai loro figli di pensare con la propria mente.
Avrebbero detto, “okay, ora siamo troppo diversi, non siamo capaci di fare la pace, ma magari un giorno i nostri figli saranno in grado”.
Ma non lo fanno. Semplicemente vivono nella loro ignoranza, nel loro astio. Forse perchè nel loro intimo hanno paura che, se un giorno i loro figli o i loro nipoti faranno qualcosa per la pace, tutto l’odio che hanno sviluppato nel corso delle loro vite, risulterà senza significato.
In ogni caso, perdemmo quell’Old Firm 2-0, cosi come perdemmo anche i due successivi.
Facevamo fuori chiunque in campionato, ma i Rangers erano il nostro spauracchio. Passamo la maggior parte del tempo a cercare di agguantarli. Ci sentivamo sempre vicini, con la convinzione che, con un piccolo sforzo in più, avremmo potuto superarli.
Ma sentivo che gli arbitri non facevano alcun favore.

Paolo Di Canio - Hughes Dallas

ESTRATTO IV – (Paolo Di Canio – L’autobiografia).
E lo dissi in questi termini in un’intervista che rilasciai a un giornale italiano che venne poi ripresa dalla stampa scozzese. Le mie parole vennero travisate, cosi che venne fuori che io avevo detto che gli arbitri erano tutti anti Celtic perchè per la maggior parte erano Protestanti.
Non avevo detto quello. Avevo solo messo in evidenza che, se l’ 80% della popolazione è Protestante, anche l’ 80 % degli arbitri deve essere Protestante.
Quello è tutto ciò che dissi, si può tirare qualunque conclusione da ciò. Naturalmente venne tutto ingigantito, il che probabilmente mi rese ancora meno popolare con gli arbitri.
E’ un fatto risaputo che gli arbitri per natura tendono a favorire i grandi club. In Italia abbiamo un’espressione che indica questa cosa, la chiamano “sudditanza psicologica” che in inglese dovrebbe suonare più o meno come “psycological subjection”.
In parole povere significa che chiunque ha una naturale e forse involontaria spinta a dare una mano al club più forte e più grande. Se, per esempio, il Manchester United gioca all’Old Trafford contro lo Scunthorpe, è molto difficile per un arbitro assegnare un rigore per lo Scunthorpe.
Ciò non avviene necessariamente perchè un arbitro è prevenuto o in mala fede. Ha a che fare con il fatto che il mandato principale dell’arbitro è quello di applicare le leggi del gioco. Se lo fa bene, la squadra migliore alla fine vince. La squadra migliore, nel nostro esempio, è sicuramente il Manchester United. Se lui concede un rigore allo Scunthorpe e questi vince la partita, diventa più difficile sostenere che la squadra migliore ha vinto, perchè, chiaramente, non è cosi. Perciò, se la squadra migliore non vince, l’arbitro non ha fatto il suo lavoro nel modo giusto.
E’ questa paura di sbagliare, questa paura di fallire, che si insinua nelle menti degli arbitri e influenza le loro decisioni. Se Michael Owen corre verso un difensore del Wimbledon e c’è un contatto, verrà probabilmente concesso un rigore. Perchè? In parte, Owen è un attaccante veloce e talentuoso e i difensori del Wimbledon sono visti come giocatori goffi che commettono falli da rigore. Ma anche il fatto che il Liverpool è una grande squadra mentre il Wimbledon è un piccolo club, fa la sua parte.
Ma se Neil Ruddock corre, diciamo, verso Gareth Southgate e i due vengono a contatto, il rigore con ogni probabilità non verrà concesso. Perchè? In parte, perchè l’Aston Villa è un club più importante del Crystal Palace e, in parte, perchè Ruddock è visto dai più come un giocatore lento e grezzo, mentre Southgate è considerato un elegante centrale con un tempismo impeccabile.
Non sto dicendo che gli arbitri seguono un copione e che intenzionalmente favoriscono certi giocatori o certe squadre. Ma si fanno influenzare. Da qui la sudditanza psicologica.
Si va anche oltre. In alcuni casi c’è semplicemente la paura di fare uno sgarbo a club potenti e influenti, che possono vendicarsi danneggiando la carriera di un arbitro. Dopo tutto, la lega assegna gli arbitri e decide quali devono essere promossi e quali mandati via.
E la lega è formata dai club e, nella struttura della lega, alcuni club sono più potenti di altri. Perchè? Perchè sono più grandi e generano più soldi. Alla fine, le leghe di calcio non sono organizzazioni benefiche. Esistono per fare soldi. Il Manchester United che vince il titolo genera più soldi per la lega rispetto, diciamo, al Bradford.
Sono i fatti; non è Paolo Di Canio a parlare, è la storia a farlo. Date un occhio alle percentuali, studiate i video e parlate con i giocatori. Per avere un rigore all’Old Trafford è necessario che Jaap Stam (ora alla Lazio, ndt) tiri fuori un arma automatica e ti riempia di proiettili e, anche in quel caso, ci sarebbe da discutere sul fatto che tu sia stato colpito fuori o dentro l’area di rigore.
Questo non è solo un problema britannico, questa sudditanza psicologica esiste in ogni paese, in ogni sport. In Italia, è uguale, se non peggio.
Il Celtic è l’unico grande club che non trae beneficio da questa sudditanza psicologica. Questo perchè in Scozia ogni cosa è controllata dai Rangers. Ogni cosa: la lega, i media, gli arbitri.
Anche quando noi giocavamo contro il Raith Rovers o il Dunfermline, gli arbitri erano contro di noi. Tutto ciò perchè in Scozia è sempre una corsa a due e colpendo noi, avrebbero avvantaggiato i Rangers.
Ancora, non so se tutto questo sia consapevole o meno, vorrei sperare che, per la maggior parte degli arbitri, si tratti di qualcosa di involontario. Ma so per certo che ce ne sono altri che sono semplicemente in mala fede.
Ce ne sono alcuni che, se protesti al primo minuto, non importa se il tuo avversario ti picchia per tutta la gara, non avrai mai un fischio a tuo favore. Arbitri cosi, secondo il mio punto di vista, sono uno scherzo.
Nel mio caso personale, adesso che gioco per il West Ham, è ancora peggio, per tre ragioni. Primo, non siamo un grande club, abbiamo un buon numero di giocatori controversi e abbiamo una certa immagine; secondo, io sono un giocatore straniero, il che non aiuta mai; terzo, io sono Paolo Di Canio e ho una certa reputazione.
Anche prima dell’incidente con Paul Alcock a Hillsborough ero considerato un combina guai, uno che si tuffa e si lagna. La realtà è che parlo, perchè non posso sopportare l’ingiustizia. Ma per quel che riguarda i tuffi, e l’ho già detto molte volte, non li ho mai più fatti dopo essere arrivato in questo paese.
Devo ammettere che in Italia sei incoraggiato a cadere quando senti un contatto.
Da quando sono in Gran Bretagna, però, ho adottato la mentalità britannica, l’idea che è sempre meglio rimanere in piedi. Non posso tuffarmi, lo aborro. E ancora vengo accusato di ciò. La cosa divertente, comunque, è che, ogni singola volta, la gente guarda i replay e non riesce a trovare una sola prova del fatto che mi sono buttato. Questo accade semplicemente perchè non l’ho fatto.
Il fatto è che sono più veloce e tecnico di molti difensori. Gli mostro la gamba, loro allungano la gamba per prenderla, ma, nel momento stesso in cui ciò accade, la palla è già andata, l’ho spostata sull’altro piede o di fianco o da qualche altra parte. E loro colpiscono la mia gamba. E siccome molti difensori sono più grossi e pesanti di me, io perdo l’equilibrio e cado per terra. E’ fisica, pura e semplice. Ma nessuno vuole ammetterlo.
Non ricordo di aver avuto buoni arbitri nelle partite che ho giocato in questo paese. Onestamente. Nessuno mi ha mai arbitrato bene. E’ una battaglia continua, ma non gioco contro i miei avversari, gioco contro gli arbitri. Nella stagione 1999/2000 avrei dovuto avere otto chiari rigori che non mi sono stati concessi dagli ufficiali di gara.
Siamo arrivati al punto che non mi aspetto più neanche una chiamata. A Upton Park, gli arbitri non mi danno rigori; in trasferta è anche peggio, visto che mi ammoniscono e basta per simulazione. Ci sono delle volte in cui mi sento talmente frustrato che dico ai miei compagni di fare da soli piuttosto che darmi la palla nell’area di rigore, perchè se lo fanno, è matematico che mi viene fatto fallo e gli arbitri non fischiano nulla.
Se vi capita di essere difensori nella Premiership e volete fermare Di Canio nell’area di rigore, ci sono volte in cui fareste meglio a scalciarmi o a spingermi piuttosto che provare a difendere in modo legale. Se provate a marcarmi secondo le regole, io vi supero e segno. Ma se mi fate fallo, fareste la cosa giusta perchè l’arbitro mai e poi mai mi fischierà il rigore.
A parte gli scherzi, questo è un problema serio.
Ci sono centinaia di migliaia di fan che non tifano per l’Arsenal, il Manchester o i Rangers e che vengono presi in giro settimana dopo settimana.
Gli arbitri hanno il compito di far si che le leggi del gioco vengano rispettate, ma anche garantire che la partita venga giocata in modo pulito e onesto. Il che significa provvedere alla lealtà e assicurare che le regole vengano applicate equamente. Questo non vuol dire fischiare istintivamente per proteggere certi club.
La Football Association dovrebbe aprire un dibattito tra i vari club sulla qualità degli arbitri. Invece, tutto quello che fanno è difendere gli ufficiali di gara, sempre e comunque, senza prendere in considerazione le circostanze, come fecero con Paul Durkin che, l’anno scorso, ammoni Trevor Sinclair due volte nello spazio di un minuto durante il derby West Ham – Arsenal. Vedono gli arbitri come un’istituzione sacra, qualcosa che non può essere toccato o criticato.
Gli arbitri fanno parte del gioco, come le bandierine del calcio d’angolo, i pali delle porte e i giocatori. Sono umani, possono sbagliare, lo sappiamo tutti. E raramente, se non mai, ammettono i propri errori. Perchè no? Perchè ammettere di aver sbagliato è un segno di debolezza, è un segno di umanità.
Penso che nessuno si aspetti, o voglia, arbitri infallibili. Io di sicuro non lo voglio. Voglio solo arbitri onesti il cui operato possa essere esaminato, cosi come avviene con il mio. La Football Association dovrebbe valutare gli arbitri, spiegando perchè A è stato bocciato e B promosso. Renderebbe tutto più chiaro a tutti.
Conosco alcuni arbitri a cui non piacerebbe, ma penso che alla maggior parte non dispiacerebbe. Penso che molti capirebbero che tenere tutto nascosto dietro una porta chiusa, semplicemente, aumenta i sospetti e rende il loro lavoro più difficile.
Non fu prima del 6 marzo, nei quarti di finale di coppa di Scozia, che provai la gioia di battere per la prima volta i Rangers. Il fatto che ciò avvenne a Celtic Park, lo rese ancora più dolce. Andammo avanti all’11 minuto con Malky Mackay e io raddopiai dal dischetto al 19′. Quando la palla toccò il fondo della rete, sentii 50.000 voci che cantavano il mio nome. Era irreale.
Giocammo bene, creammo più occasioni e portammo a casa la vittoria. Alla fine, ogni volta che toccavamo il pallone, anche se si trattava solo di una rimessa in gioco, c’era un rumore fortissimo, sembrava che lo stadio tremasse. Era assordante, il rumore più forte che abbia mai sentito e ogni volta sembrava aumentare sempre di più.
Quello è di gran lunga il ricordo più bello che ho dell’Old Firm, in parte perchè fu l’unico che vinsi.
Dieci giorni dopo incontrammo ancora i Rangers. Eravamo cinque punti dietro con sette partite ancora da giocare. Una vittoria davanti al nostro pubblico ci avrebbe portati a meno due e ci avrebbe dato una legittima speranza di poter vincere il titolo. Una sconfitta li avrebbe portati a più otto e avrebbe virtualmente dato loro la certezza del nono campionato di fila. Eravamo gasatissimi e la partita fu cattiva fin dall’inizio. Spintoni, gomitate, testate, ci davano qualunque cosa. Brian Laudrup segnò per i Rangers al 44′, poi Mark Hateley e Mackay furono espulsi, lasciando entrambe le squadre in dieci.
Io feci quello che potevo, combattendo là davanti con Jorge Cadete. Pierre Van Hooijdonk era stato venduto la settimana precedente, dopo una disputa contrattuale con McCann. Ci mancava tremendamente.
Al fischio finale, i tifosi dei Rangers festeggiarono nel loro angolo e iniziarono a cantare “Nove di fila! Nove di fila!”
Ero distrutto. Caddi sulle ginocchia. Mi feri terribilmente. Avevamo dato ai Rangers dodici punti in quattro partite. Se ci fossimo divisi le partite, due vittorie a testa, avremmo avuto quattro punti di vantaggio in classifica. Invece avevano vinto loro. Ancora.
Stavo uscendo dal campo, con la testa bassa, quando Ian Ferguson corse verso di me. Aveva passato buona parte della partita a maltrattare i nostri giocatori, uno per uno, con entrate molto dure. Io sono per i giocatori duri e un po di cattiveria, qualche volta, è necessaria, ma Ferguson era andato ben oltre. Non era cattivo o un assassino come, diciamo, Roy Keane, era solo una bestia sul campo. Dal mio punto di vista, tutto si era concluso al momento del fischio finale. Non ho mai portato i miei cattivi pensieri da una partita all’altra. Quando è finita, è finita. Nonostante quello che è successo in campo.
Ma Ferguson mi si avvicinò e mi gridò all’orecchio: “Vaffanculo bastardo!” Mi ci vollero un po di secondi per capire quello che aveva detto.
Avevamo appena perso la partita e il titolo davanti ai nostri tifosi a Celtic Park, il nostro tempio, e questo Ian Ferguson, questo signor nessuno aveva il coraggio di venire da me e insultarmi senza ragione.
Questo è quello che viene chiamato colpire un avversario quando è a terra. Se lui avesse detto soltanto qualcosa di sarcastico, come “bravi, avete vinto il campionato” o qualcosa del genere, sarebbe stato diverso. Gli avrei semplicemente suggerito dove andare e sarebbe finita li. Ma non lo fece.
Lui disse di proposito quella frase per ferirmi, per umiliare il Celtic ancora di più. Non potevo lasciar correre.
Mi girai e iniziai a dargli la caccia in campo. Lui era corso dove i suoi compagni stavano festeggiando. Ma non avevo intenzione di lasciarlo andare.
Indietreggiò, era ovvio che fosse terrorizzato. Lo afferrai ma la rissa non durò a lungo. Gli altri giocatori vennero a separarci.
Fecero bene. Non so cosa avrei potuto fargli. Penso di non aver mai provato una rabbia del genere in tutta la mia vita. Mai. Non ci sono dubbi che l’avrei colpito duramente.

Di Canio - Old Firm
ESTRATTO V – (Paolo Di Canio – L’autobiografia).
Poco dopo Tommy Burns fu licenziato. Fu un colpo duro per me. Eravamo diventati cosi intimi e il suo licenziamento non aveva senso. Il club avrebbe potuto aspettare qualche settimana, lasciandogli finire la stagione con un po di dignità. Invece, lo scaricarono semplicemente. Questo mi diede un’idea di che genere di persone fossero i dirigenti del Celtic.
La stagione fini alla grande per me. Fui votato Giocatore dell’Anno dalla Scottish Professional Footballers’ Association. Essere premiato dai miei colleghi fu un onore grandissimo. Il premio dei giornalisti andò a Brian Laudrup, il sesto giocatore consecutivo dei Rangers a vincere quel titolo. Ma non mi importava. Per me vincere il premio dei giocatori era molto più importante.
Alla cerimonia di consegna dei riconoscimenti indossai un kilt. Mi sembrava un modo appropriato per mostrare il mio rispetto verso la Scozia, un paese che avevo imparato ad amare. Feci perfino qualche ricerca. Comprai un libro sui clan e scelsi il kilt dei St. Andrews. Fu una notte memorabile.
Ero pronto a rinegoziare il mio accordo con il Celtic. Speravo in un contratto a lungo termine, uno che mi avrebbe permesso di chiudere la mia carriera a Celtic Park. Betta e Ludovica amavano Glasgow ed io avevo davvero trovato una seconda casa, un posto fantastico dove potevo essere davvero felice.
Appena prima dell’estate, arrivò Moreno Roggi e insieme andammo ad incontrare McCann.
“Dobbiamo parlare di alcune promesse che ci sono state fatte”, disse Moreno. “Ci avevi chiesto di firmare per meno soldi, promettendo però che, se Paolo avesse disputato una buona stagione, avremmo potuto discutere di un accordo migliore. Bene, penso che Paolo abbia avuto una buona stagione, non credi?”
McCann fece un’espressione perplessa.
“No, non ricordo di aver fatto nessuna promessa”, disse.
Ci stava facendo passare per cretini, avvantaggiandosi del contratto che avevo firmato in buona fede circa un anno prima.
Mi girai verso Roggi e dissi in italiano: “Bene, se lui non si ricorda le promesse che ha fatto, allora io non mi ricordo di dover giocare per questo idiota”.
Tornammo in Italia pe l’estate, sperano che la situazione si potesse ancora risolvere. Dopo tutto ero il Giocatore dell’Anno e, con le debite proporzioni, stavo guadagnando pochi soldi, in più, McCann mi aveva dato la sua parola. McCann è un uomo d’affari, immagino che avrebbe venduto anche il Celtic, che a Di Canio fosse andato bene o no. Tutto girava intorno ai soldi per lui, non gli importava se vincevamo il titolo o meno.
Quando lo paragono a Peter Storrie del West Ham, mi viene da ridere. Quando, per la prima volta, misi piede ad Upton Park, Storrie mi fece sedere nel suo ufficio per due ore, raccontandomi tutto del club, la sua storia, le sue tradizioni. Mi mostrò fotografie di Trevor Brooking e Bobby Moore, mi parlò dell’Accademy. Non si fermava mai. In pratica, lui era molto eccitato e condivise la sua passione con me. Mi piacque. Amo gli uomini che amano il calcio.
McCann, invece, deve avermi parlato tre volte in tutto il tempo in cui sono stato li. La prima fu quando arrivai per la prima volta a Celtic Park dopo il mio trasferimento. Quel giorno spuntò fuori da chissà dove e disse: “Felice di fare la tua conoscenza”, mi strinse la mano e spari. Avrei anche potuto essere la nuova signora addetta al thé per quel che gli importava.
La seconda volta fu quando mi promise che il mio contratto sarebbe stato rinegoziato e la terza quando si dimenticò di quella promessa. E’ tutto. A parte queste situazioni non penso di averlo mai visto.
Quando ritornai quell’estate, fui chiamato ad incontrare Jock Brown. Jock era stato assunto da McCann come General Manager. In realtà, il suo ruolo era quello del duro che si smazzava tutte le questioni più spinose con le quali McCann non voleva avere nulla a che fare. Lo inquadrai immediatamente. Era sorridente un attimo e l’attimo dopo freddo e calcolatore. Mi salutò come fossi suo fratello che non vedeva da tempo. Dopo un paio di minuti di chiacchiere in libertà, suggeri di andare nel suo ufficio. Nel mentre mi sedetti, i suoi occhi cambiarono e divennero duri e cattivi.
“Paolo, devi fare esattamente quello che ti dico”, disse. “Tu sei sotto contratto il che significa che io decido quello che è meglio per te. Devi dimenticarti di quelle promesse di cui vai farneticando. Devi fare quello che il Celtic Football Club ti dice di fare”.
Capii che stava provando ad intimidirmi. Ce l’aveva scritto in faccia. Non aveva alcuna intenzione di offrirmi un nuovo contratto. McCann l’aveva spedito a fare il sicario e adesso lui stava cercando di spaventarmi. Non avevo intenzione di farmi dare ordini da questo pagliaccio. Gli diedi una possibilità.
“Stai scherzando?”, gli chiesi abbassando la voce.
Lui mi guardò fisso negli occhi, con la mascella ben ferma. Sembrava un cartone animato.
“Non stai scherzando vero? Vuoi farlo davvero ?”
Sorrise. Mi stava sfidando, con un fare compiaciuto.
Poi il sorriso si tramutò in un cipiglio. Non un cipiglio perplesso, ma cattivo e aggressivo.
Scossi la testa: ” Ti stai sbagliando, ti stai sbagliando di grosso e neppure lo sai”.
Non ebbe alcuna reazione.
“Me ne vado”, dissi praticamente sottovoce. “Me ne torno in Italia. Ci vediamo”.
Mi alzai per andarmene. Non se l’aspettava.
“No, Paolo, devi restare”, protestò. “Non puoi farlo, ti stai sbagliando…”
“NO! Tu ti stai sbagliando”, sporgendomi verso di lui. “Tu hai commesso un errore davvero molto, molto grave!”
“Tu non puoi farlo”, disse alzando la voce mentre me ne stavo andando dal suo ufficio.
Mi girai.
“Non penso che tu sappia con chi hai a che fare”, dissi. “Me ne torno in Italia”. Puoi multarmi per sempre se vuoi, non mi interessa”.
Con ciò, me ne tornai a casa. Per me era una questione di principio. Non avevo alcuna intenzione di lasciare che questi personaggi mi trattassero cosi. Se mi avessero approcciato in modo differente, se mi avessero spiegato che avevano bisogno di soldi per rinforzare la squadra o comprare un nuovo giocatore, avrei capito. Tutto quello che avrebbero dovuto fare, era essere civili e ragionevoli. Invece, hanno provato a intimidirmi nella maniera più grossolana e ingenua mai vista. Non mi ero fatto spaventare da Luciano Moggi alla Juventus, non c’era alcuna possibilità che Fergus McCann e il suo scagnozzo, Jock Brown, potessero riuscirci. Però mi sentivo male. Mi sentivo amareggiato per quello che era successo e triste perchè delle persone, cui non importa nulla del calcio, erano a capo del Celtic Football Club.
Andai con la squadra nel suo tour di prestagione in Irlanda e incontrai il nuovo allenatore, Wim Jansen. Era un bravo ragazzo, chiese un consiglio su come ricostruire la squadra. Era un compito abbastanza complicato: Van Hooijdonk era anadato, Cadete era sul punto di farlo e io mi trovavo nel limbo. Penso che mi avrebbe voluto tenere, ma non dipendeva da lui.
Mentre mi trovavo in Irlanda ricevetti diverse telefonate da un dirigente del Celtic. Mi assicurò di avere un buon sostegno per ostacolare McCann. Mi disse che stava per portare nuovi investitori, persone che amavano davvero il club e che io avrei avuto un contratto di cinque anni. Non se ne fece nulla, ma mi fece piacere sapere che non tutti i dirigenti del Celtic sono fatti della stessa pasta di McCann.
Rimasi in Irlanda qualche giorno prima di tornare in Italia. La pressione era diventata troppo forte. Mi sentivo tradito e umiliato. Amavo moltissimo il club e mi venne sbattuta la porta in faccia.
Non c’era modo che io potessi continuare. Anche a Terni sentivo dolore allo stomaco. Speravo che qualcosa potesse cambiare, ma non fu cosi, anzi, la situazione andò facendosi sempre peggiore.
Il Celtic accettò di mettermi in vendita. Ricevetti offerte dalla Serie A, il Bologna e il Napoli erano desiderosi di firmarmi, ma, in questo periodo della mia carriera, volevo giocare all’estero. Sarei rimasto in Scozia, ma, ovviamente, l’idea di giocare con i Rangers non la presi neppure in considerazione. Cosi iniziai a dare un occhio alla Premiership.

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