CELTIC PLAYERS
LORD THE WING
Pele? Maradona? Platini? Se chiedete a un tifoso del Celtic chi è stato il più grande giocatore della storia del calcio, la sua risposta vi lascerà sbigottiti: “Jimmy Johnstone”. In Italia, il suo nome è pressoché sconosciuto. Al limite, se lo potrà ricordare qualche tifoso dell’Inter non più giovanissimo, perché Johnstone giocava all’ala nella mitica squadra dei “Lisbon Lions”, la formazione del Celtic che vinse la Coppa Campioni 1967, sconfi ggendo a Lisbona i nerazzurri. A Glasgow, è tutta un’altra cosa. Jimmy Johnstone, detto “Jinky”, è una vera e propria leggenda e la sua morte, avvenuta il 13 marzo 2006, è stata una vera e propria tragedia. A 62 anni, l’ex numero 7 dei “Bhoys” è stato stroncato da una malattia neuronale che rientra nello stesso gruppo epidemiologico del Morbo di Lou Gehrig, causa della morte di vari campioni del passato. Nei cinque anni passati tra la diagnosi della malattia e la sua morte, Johnstone non ha mai voluto arrendersi, bensì ha cercato di dribblare il destino come un tempo faceva coi difensori avversari. Pur gravemente malato, incise un disco con il celebre gruppo rock dei Simple Minds, per raccogliere fondi a favore della fondazione che porta il suo nome e che ancora oggi cerca di aiutare chi si trova nella sua stessa situazione. Nella rilettura di “Dirty Old Town”, un classico folk scritto da Ewan McColl, il cantante Jim Kerr ha cambiato una parte del testo per rendere omaggio al suo idolo di gioventù: “Ho sentito un fischio/arrivare dal porto/Ho visto Jimmy Johnstone/incendiare la notte”. Kerr, che abita a Taormina, ma che da sempre è tifosissimo del Celtic, spiega: “Jinky era un motivo di orgoglio per tutti noi scozzesi. A Los Angeles, dove ci trovavamo per registrare un disco, un tassista russo ci chiese informazioni su quel piccoletto dai capelli rossi. Noi siamo un popolo che ama coloro che lottano per superare i loro limiti, compresi quelli fisici”. Un altro celebre musicista e calciomane, Rod Stewart, ha reso omaggio alla forza di volontà del campione scomparso: “Sono diventato tifoso nel Celtic nel ’71, proprio grazie a lui, che mi aveva contagiato col suo entusiasmo. Al termine della sua lunga malattia, il suo corpo era immobile, ma il suo sorriso aveva ancora la luce di un tempo”. In tutto il mondo, le varie comunità irlandesi (il Celtic è la squadra degli immigrati dall’Isola di Smeraldo, ndr) hanno ricordato la figura di Johnstone in vari modi, ma l’omaggio che più ha colpito è stato quello dei tifosi dei Rangers, nonostante l’odio politico e religioso che separa le due squadre di Glasgow. Un esempio di questa acrimonia? La poesia scritta da Thomas O’Cartaigh proprio in onore del grande Jimmy e intitolata “He plays on the pitch of Heaven”: “gli angeli e i santi del Paradiso/recitano le preghiere delle rette anime del Celtic/i demoni dei Rangers fuggono impauriti/ perché sulla fascia c’è Jinky!”. Ben due film sono stati realizzati per ricordare la fi gura di Johnstone. Il primo si chiama “The Lord of the Wing” (“il Signore della fascia”, con un evidente richiamo a “The Lord of the rings”, cioè “il Signore degli anelli”), ed è stato realizzato dalla branca scozzese della BBC. Billy Connolly ripercorre la vita di un personaggio che nel 2002 venne eletto dai tifosi come “miglior giocatore del Celtic di ogni tempo”, attraverso le testimonianze di icone del calcio come Eusebio, Cruyff, Di Stefano, Zidane, Beckham, Raùl, Best, Bobby Charlton, Larsson, Ferguson, O’Neill e molti altri. E’ stato proprio durante le riprese di questo fi lm che Johnstone ha inciso “Dirty Old Town”, pubblicata su un CD che contiene anche “Lord of the Wing”, eseguita da John McLaughlin, e “Commemoration (Jinky’s farewell)”, incisa da Laura McGhee dopo la morte del campione. Come se ciò non bastasse, a novembre è uscito un secondo fi lm, “A Bhoy’s life”, per celebrarlo ulteriormente. Tanto affetto si spiega con le vittorie di Johnstone, ma soprattutto per quello spirito da “guerriero” che ne connotò tanto le imprese sportive, quanto la battaglia contro la malattia. Billy McNeill, Capitano dei “Lisbon Lions”, ha detto: “Jimmy è stato per noi un grande compagno e un grande amico. E’ stato un onore per me giocare con un campione del suo calibro, ma soprattutto lo rispetto per il modo in cui ha reagito alla sofferenza”. Un altro ex giocatore del grande Celtic, Bertie Auld, ha aggiunto: “Che fosse un fenomeno del calcio lo sanno tutti, ma era anche una delle persone più belle del mondo. Non si è mai lamentato, nonostante la sua lunga malattia, e ogni volta che lo incontravo mi dava una forza incredibile”. Oltre alla storica Coppa Campioni del ’67, col Celtic Johnstone ha vinto 9 campionati (consecutivi), 4 Coppe di Scozia e 5 Coppe di Lega. In nazionale, ha giocato 23 volte: poche, per un calciatore che ha totalizzato 515 presenze e 129 gol coi cattolici di Glasgow. Figlio di Matthew e Sara Johnstone, Jinky nacque il 30 settembre del ’44 nel North Lancashire, a Viewpark e più precisamente nel distretto di Bothwell. Nella devastazione lasciata dalla guerra, insieme ai suoi amici ingannava la povertà e gli stenti grazie al calcio, giocato per strada e spesso con bottiglie, lattine o stracci al posto di un vero e proprio pallone. Per sua fortuna, al giovane Jimmy capitarono degli insegnanti che condividevano la passione per lo sport. Venne automatico fondare la squadra della scuola, la St.Columbia Primary, con la quale il futuro fenomeno mise in mostra le sue capacità fin dai 10 anni, permettendo all’istituto di collezionare trofei su trofei. Una volta passato alla scuola successiva, la St.John the Baptist, Jimmy si trovò inserito in una squadra decisamente più scarsa, ma il professore di educazione fisica, Tommy Cassidy, notò il suo talento e lo segnalò al suo amico Sammy Wilson, stella del Celtic. A 13 anni, Johnstone giocava nelle giovanili dei “Bhoys” e il sabato faceva il raccattapalle per la prima squadra. A lanciarlo tra i grandi fu il mitico Jock Stein, che lo schierò all’ala destra, nel tentativo di fare dei biancoverdi una formazione più giovane e tecnica. Nonostante il corteggiamento del Manchester United, Jinky debuttò nel Celtic il 21 marzo ’63, cominciando una storia d’amore che nemmeno la morte ha saputo interrompere. Dopo la vittoria della Coppa di Lega sui Rangers, davanti a quasi 108.000 spettatori, il piccoletto dai capelli rossi divenne indispensabile per Stein. Un chiaro esempio fu la tournèe americana del ’66: il tecnico, a corto di giocatori da mandare in campo, chiese a Jimmy di rinviare il matrimonio con la fidanzata Agnes, rimasta ad attenderlo in Scozia. Johnstone rifiutò e ripartì verso casa come da programma, dopo una discussione piuttosto accesa con l’allenatore. Jinky odiava volare e questo rappresentava un problema non di poco conto, specialmente in Coppa Campioni. Prima di un doppio confronto con la Stella Rossa, Stein promise a Johnstone che lo avrebbe esentato dal viaggio a Belgrado, se avesse provveduto a sistemare le cose già nella gara di andata a Glasgow: finì 5-0, con due gol e tre assist del folletto della fascia. Nel ritorno, però, dovette scendere regolarmente in campo: “Non vorrai mica privare i tifosi slavi della visione del tuo talento?”, gli disse Stein. Nonostante un fisico davvero poco atletico, Jimmy ha giocato per oltre 12 anni ad altissimo livello, senza mai subire gravi infortuni. Tutto merito della sua agilità e dei suoi dribbling ubriacanti, che gli permettevano di farsi beffe dei terzini avversari, pronti a fermarlo con qualsiasi mezzo. Nella semifinale di Coppa Campioni del 1970, il Celtic affrontò il Leeds e la sfida di Elland Road viene ricordata così da Tommy Gemmell: “Credo da quella notte Terry Cooper, il terzino degli Whites, abbia gli incubi ogni volta che qualcuno gli nomina Johnstone. Norman Hunter gli urlava di falciarlo, ma lui non riusciva neanche ad arrivargli vicino. Allora chiese ad Hunter di dargli una mano: Jimmy evitò entrambi con una specie di passo di valzer e proseguì la corsa verso la porta”. Poco disciplinato ed incline a clamorose ubriacature, Johnstone ha saputo ampiamente compensare i suoi limiti fi- sici con il talento ricevuto in dono dal cielo. La sua più grande impresa è stata la vittoria di Lisbona, su un’Inter favoritissima: “Loro avevano gente come Facchetti, Mazzola e Domenghini -disse il geniale piccoletto- Tutti grandi campioni, ma anche atleti con fisici pazzeschi e sorrisi da star del cinema: penso che, vedendoci entrare in campo, ci abbiano scambiato per nani del circo”. La leggenda narra che Johnstone e i suoi compagni si siano caricati prima della partita cantando canzoni popolari celtiche, ma di fatto il loro ritmo ha travolto l’Inter, inducendo la stampa a descrivere il gioco del Celtic come “il calcio totale olandese, ma a velocità doppia”. Quel Celtic, tutto formato da ragazzi nati a Glasgow e zone limitrofe, rimontò la rete di Mazzola e vinse 2-1 grazie a Gemmell e Chalmers, realizzando così la più grande impresa nella storia del football scozzese. Tre anni dopo, i “Bhoys” tornarono a giocarsi la finale della Coppa Campioni, a San Siro, cedendo però al Feyenoord per 2-1 ai supplementari. Prima di chiudere la carriera, Jinky non si è negato una parentesi americana nei San Josè Earthquakes, per poi tornare in Gran Bretagna nel ‘75 e giocare con Sheffi eld United, Dundee, Shelbourne e Elgin City. Nel 2005, gli venne dedicata una delle famose uova di pasqua Fabergè, tempestata di pietre preziose. Era dal tempo degli Zar di Russia che tale onore non toccava ad una persona ancora vivente! Il suo funerale, celebrato nel giorno di San Patrizio, festa nazionale irlandese, ha visto migliaia di tifosi di Celtic e Rangers sfilare fianco a fianco, pacificamente. L’ultima telefonata della sua vita gli è arrivata da Willie Henderson, un tempo avversario con la maglia dei “Gers” e poi diventato suo grande amico. E’ stata l’ultima magia del folletto che, con i suoi numeri, sapeva incendiare la notte.
Lorenzo Zacchetti
JOHNNY DOYLE - THE MAN WHO LOVED THE GREEN !!
Si ricordano spesso e volentieri le vittorie, i grandi campioni, le grandi imprese. Rimangono scolpiti nella storia, soprattutto se entrano in un contesto popolare che diventa tradizione che si tramanda di generazione in generazione. In special modo, quando siamo ragazzi adolescenti, un fatto clamoroso entra in noi e non ci abbandona più. Così è stato per me, allora adolescente affamato di calcio, accanito tifoso del Celtic; i nostri campioni, calciatori preferiti ci sembrano immortali. Non possono morire in modo tragico; se muoiono è perché hanno quasi 10 anni, oppure sappiamo che moriranno dopo di noi. Johnny Doyle non ha atteso tutto questo tempo. Una scarica elettricase l’è portato via un 19 ottobre del 1981 a casa sua, mentre stava armeggiando con un apparecchiatura elettrica. Confesso: erano altri i giocatori del Celtic che conoscevo, ma ricordavo un suo gol contro il Real Madrid in Coppa Campioni nel marzo del 1980. non potevo immaginare che sarebbe diventato IL mio giocatore preferito. Quando seppi la notizia da un amico di Glasgow non potevo credere ad una morte così assurda perché così diversa da quella che potevo aspettarmi. Poi ricevetti il Celtic View, lessi e cercai di sapere chi era questo Johnny Doyle. Ricevetti poi immagini del Celtic e le mie richieste erano pilotate a quei primi anni ’80, quando sull’ala giocava questo giocatore che sprizzava coraggio da tutte le parti. Nato a Bellshill l’11 maggio del 1951, una zona di minatori, passò la giovinezza fra la scuola e le partite a calcio, con il papà che lo allenava ad usare entrambi i piedi. Dopo la trafila nel calcio giovanile, Doyle fu messo sotto contratto con l’Ayr United per 4 sterline a settimana e rimase fino al 15 marzo 1976, quando dopo un tira e molla fra le due società, il Celtic lo acquistò per 90.000 sterline. “Ero così eccitato che non potevo dormire; quella notte mi addormentai alle 4, solo dopo aver ascoltato gli Status Quo!” dirà in seguito. Rimase l’ultimo giocatore dell’Ayr United a vestire la maglia della nazionale (maglia che regalò al suo manager Ally MacLeod). La prima stagione a Celtic Park fu caratterizzata da un infortunio subito al primo minuto nel debutto contro il Dundee. La sua carriera in biancoverde lo vide attraversare un momento di crisi nelle prime due stagione, poi si impose con i suoi guizzi, le sue finte e la velocità tanto da renderlo un beniamino della Jungle. Sempre disponibile, era capace di presenziare alle funzioni dei calcio club anche all’ultimo momento e più di una volta diede un passaggio a tifosi che abitavano dalle sue parti, di ritorno dalla gara appena conclusa e poi ospitandoli a casa propria. Molti lo ricordano per quel gol di testa contro il Real Madrid, ma il gol che preferisco è il terzo in un replay di un quarto di finale della Coppa di Scozia del 1980 a Love Street contro il St. Mirren. In 10 uomini per l’espulsione di Tom MacAdam, i Bhoys riuscirono a portare la gara ai supplementari sul 2-2 (reti di Doyle, Bone, Somner e Lennox). E Doyle, nel secondo supplementare, si inventò un gol straordinario partendo da metà campo e saltando la trappola del fuorigioco, depositando la palla in rete. Il suo carattere sanguigno lo frenò in carriera: si ricorda un’espulsione dopo aver colpito l’arbitro in faccia, il 21 maggio 1979 lasciò i Bhoys in 10 uomini per un pugno rifilato a MacDonald nel derby di Glasgow decisivo per il titolo (poi vinto 4-2). Ma il suo cuore era solo ed esclusivamente biancoverde. Quando ad inizio stagione 1981/82 i media riportarono notizie su un possibile passaggio agli Hearts, Dundee o Motherwell, Doyle rispose che lui non avrebbe mai lasciato il Celtic.
La sua ultima apparizione con la Hoops fu nella Glasgow Cup 81/82 contro il Queens Park quando mise a segno anche un gol. La settimana successiva morì a causa di una scossa elettrica in casa propria. Dopo l’ultima gara della stagione 1981/1982 contro il St.Mirren che sancì la vittoria del campionato, tre quarti d’ora dopo la gara i tifosi stazionavano ancora dentro lo stadio cantando il nome di Johnny Doyle con “we won the league for Johnny Doyle” e “Doyle, oh Johnny Doyle, oh Johnnu Doyle on the wing”.
Ma l’immagine più bella resterà la testimonianza di Alfie Conn, compagno di squadra, ma prima acerrimo rivale da giocatore dei Rangers. “Doyle era l’unico che portava la sciarpa del Celtic quando era il giorno della gara, sia in casa che in trasferta, a Fir Park come ad Ibrox. Era un segno di sfida, ma anche che lui non aveva paura. Ricordo che la prima volta che ritornai ad Ibrox da giocatore del Celtic, sbagliai corridoio e mi avviai verso quello dei Rangers. Doyle, naturalmente sciarpa al collo, mi rincorse, mi prese per il bavero e mi ricondusse nello spogliatoio del Celtic dicendomi che era quella la parte giusta.”
Questa resterà la mia immagine di Johnny Doyle, che visse il sogno di ogni ragazzo, e cioè di vestire la maglia della squadra del cuore.
Boretim
John Thomson (January 28, 1909 – September 5, 1931) nasce nel villaggio di Kirkcaldy e cresce all’interno della comunità mineraria di Cerdenden, nel Fife. Di religione Protestante, divenne ancora giovane una stella fra i pali del Celtic e della Nazionale Scozzese. Acquistato dal Celtic nel 1926, divenne titolare l’anno dopo, aiutando i Bhoys alla vittoria della Scottish Cup per 2 stagioni. Il 5 settembre del 1931 durante un Old Firm ad Ibrox, su una palla bassa, si scontrò fortuitamente in uscita con Sam English, attaccante dei Rangers, fratturandosi il cranio e rimanendo inerme a terra. Portato fuori in barella, fu subito chiaro il fatto della gravità dell’infortunio. Un giocatore dei Rangers, studente di medicina, dirà in seguito che in base alle proprie esperienze, le speranze di vita del portiere erano ridotte al lumicino. Qualche tifoso dei Rangers sottolineò con i fischi e con i buu il passaggio di Thomson dalla tribuna verso gli spogliatoi, ma il capitano dei Rangers zittì subito gli spettatori. Thomson, entrato in coma, non si riprese e morì quella sera stessa al Victoria Infirmare di Glasgow a soli 21 anni.
Nato il 22 Giugno 1965,ha indossato la casacca hoops dal 1998 al 2002.
Prima di approdare ormai trentatreenne in Scozia Moravčík aveva a lungo deliziato con le sue giocate il pubblico francese,peregrinando per anni in squadre di seconda fascia del campionato transalpino.
Otto anni tra Saint-etienne e Bastia,prima di provare l’avventura tedesca nel Msv Duiburg.
L’ambientamento in Germania fu impossibile e ,quando tutto ormai lasciava presagire ad un volo in Giappone dove chiudere serenamente la carriera in J-League,ecco la chiamata del Celtic che lo mise sotto contratto per £300,000.
Arrivava con credeziali di perfetto sconosciuto,con l’aggravante di essere ormai in là con gli anni.Se non fosse per alcune lusinghiere parole spese nei suoi confronti da Zinedine Zidane che ,ai tempi del Bordeaux,lo aveva definito il più forte centrocampista offensivo che avesse mai visto.
Era inoltre dotato di uno stop da manuale e calciava senza problemi con entrambi i piedi.
Ma i tifosi e la stampa si aspettavano ben altri innesti per rinforzare la squadra.Così,l’acquisto del talento slovacco venne non solo snobbato,ma a tratti ridicolizzato dai media.
Il suo debutto in campionato avvenne il 7/11/1998 in una memorabile vittoria per 6-1 ai danni del Dundee.Superfluo dire che il nostro mise lo zampino in quasi tutte le marcature.
Ciònonostante,lo scetticismo nei suoi confronti continuò:’Era solo il dundee,vedremo quando incontrerà Porrini cosa sarà capace di fare’.
Mai critica fu più profetica.I primi gol del genio slovacco arrivarono proprio nell’attesissimo Old Firm.Due dei cinque goals con cui gli hoops disintegrarono i rivali di sempre portavano la firma del nuovo idolo della tifoseria:Ľubomír Moravčík,da allora semplicemente LUBO.Persino la critica più pungente e severa dovette fare dietro front.Tra i tifosi regnava l’incredulità sul come fosse stato possibile lasciare un simile talento in Francia per tanto tempo e come mai inspiegabilmente nessuno vi si fosse precedentemente interessato.
Mistero tutt’ora irrisolto.
Alla fine della sua avventura con la maglia Celtic Lubo può vantare 76 presenze da titolare ,più 19 dalla panchina,e 29 goals.
Più due campionati vinti,tre Scottish league cup e una scottish cup.
Non male per uno che era arrivato da perfetto sconosciuto.
‘From Zero,to Hero’ tra gli altri commenti sul suo conto.
Ma non diteglielo.Potrebbe giustamente risentirsene.

Jock Stein - all’anagrafe John Stein - (Burnbank, 6 ottobre 1922 – Cardiff, 10 settembre 1985) è stato un calciatore e allenatore di calcio britannico, nazionale scozzese.
Giocatore
Iniziò la sua carriera da giocatore con gli Albion Rovers nel 1942, in Seconda Divisione. Nel 1943 ebbe una breve esperienza con il Dundee Utd., poi passò per due stagioni al Coatbridge(1948-50), giocando solo 17 partite e segnando due goals.
Nel 1950 firmò per il Llanelli, squadra della Lega Gallese. Nel 1951 approdò al Celtic, vincendo la Coronation Cup nel 1953 e chiudendo nel 1955 a causa di un infortunio.
Allenatore
Accettò l’incarico di allenare le giovanili dei Biancoverdi, valorizzando futuri talenti, quali Billy Mc Neill e Paddy Crerand. Nel 1960 divenne allenatore del Dunfermline Athletic.
Rimase in carica sino al 1964, quando venne ingaggiato dall’Hibernian di Edimburgo. Nella primavera del 1965 tornò al Celtic. La vittoria per 3-2 in Scottish Cup del 1965 contro il suo vecchio Dunfermline segnò l’inizio di un decennio di strepitosi successi per il binomio Stein-Celtic. Per breve tempo,nel 1965, sedette sulla panchina della Nazionale scozzese, sulla quale ritornò successivamente, guidando i Blues al mondiale del 1982.
La morte lo colse durante il match contro il Galles a Cardiff il 10 settembre 1985 (1-1), gara valevole per le qualificazioni al mondiale 1986, vittima di un attacco cardiaco. Ha vinto come allenatore dei Biancoverdi sei volte la Scottish League Cup, dieci volte il Campionato scozzese, nove volte la Scottish Cup, oltre naturalmente alla Coppa dei Campioni 1967. È l’icona per eccellenza del Glasgow Celtic.
Billy McNeill (Bellshill, 2 marzo 1940) è un ex calciatore e allenatore di calcio scozzese.
Difensore centrale del Celtic Glasgow, soprannominato “Caesar” per la sua imperiosità, è stato lo storico capitano che ha conquistato la Coppa dei Campioni nel 1967.
Il Celtic è stato il suo unico club da giocatore: fra il 1957 ed il 1975 ha totalizzato 790 presenze con gli “Hoops” biancoverdi, 486 delle quali in campionato. Ha vinto sette volte la Scottish Cup nel 1965, 1967, 1969, 1971, 1972, 1974, 1975, e nove volte il campionato fra il 1966 ed il 1974, sempre sotto la guida del grande Jock Stein.
Eletto Scottish Footballer of the Year nel 1965, MBE dal 1974, esordì con la maglia della Nazionale scozzese a Wembley contro l’Inghilterra il 15 aprile 1961, giorno della tragica sconfitta dei “Blues” per 9-3. Conta 29 presenze con la rappresentativa scozzese, dalla quale si congedò il 27 maggio del 1975, giocando nuovamente contro l’Inghilterra ad Hampden Park.
Ritiratosi nel 1975, dopo brevi apparizioni sulla panchina del Clyde e dell’Aberdeen, ha condotto come allenatore il Celtic alle vittorie in campionato nel 1979, 1980 e 1982, conquistando la Scottish Cup edizione 1980. Dopo un’esperienza inglese al Manchester City ed all’Aston Villa, nel 1991 ha allenato nuovamente la squadra dei cattolici di Glasgow.
Henrik Larsson (Helsingborg, 20 settembre 1971) Nel 1997 approda al Celtic (Scozia), tappa decisiva nella sua vita umana e professionale: è il 25 luglio del 1997 quando la squadra biancoverde paga 650.000 sterline per acquistare l’attaccante svedese. Il debutto purtroppo è dei peggiori: nella partita tra Celtic e Hibernian all’Easter Road Larsson effettua un passaggio che viene intercettato da Chic Charnely, giocatore avversario, il quale a sua volta scocca una staffilata che va ad insaccarsi nell’angolino basso e che sancisce la sconfitta del Celtic per 2-1. Malgrado questo episodio disgraziato, nella stagione 1997-1998 Larsson realizza 16 gol in 35 partite nella Scottish Premier League vincendo proprio il Campionato e la Coppa di Lega scozzese. La stagione seguente è particolarmente significativa per Larsson: con 29 gol in 35 partite di campionato egli si consacra definitivamente come uno dei bomber più prolifici d’Europa.
All’inizio della stagione 1999-2000, il 21 ottobre 1999, il Celtic affronta il Lione in una gara di Coppa UEFA. Dopo soli 10 minuti di gioco Larsson è vittima di uno sfortunato scontro di gioco con il difensore francese Serge Blanc. Il contrasto è violentissimo e l’infortunio è davvero terrificante: Larsson si frattura la gamba in due punti, riportando la rottura della tibia e del perone. La partita terminerà con il punteggio di 1-0 per il Lione grazie a un gol dello stesso Blanc, che a fine gara dichiara: «È stato uno scontro totalmente involontario. Ho cercato di spostarmi, ma lui si trovava proprio poco avanti a me. Stavamo correndo assieme e non ce l’avevo di fronte, dunque il contatto era inevitabile». L’allenatore del Celtic, John Barnes, racconta: «Negli spogliatoi i giocatori erano abbattuti, più a causa dell’infortunio che a causa della sconfitta». In quella stagione Larsson riesce comunque ad andare in rete 8 volte in 9 incontri di campionato e a vincere la Coppa di Lega scozzese.
Ripresosi dall’infortunio, torna nella stagione 2000-2001: segna 35 gol in 37 partite, aggiudicandosi così la Scarpa d’oro 2001, che gli viene consegnata durante i Football Gala di Monaco dal presidente dell’UEFA Lennart Johansson. Quella stagione verrà ricordata per un altro particolare episodio. Il 27 agosto del 2000 al Celtic Park va in scena l’incandescente derby tra Celtic e Rangers: la partita si conclude 6-2 per la squadra dello svedese, autore di uno spettacolare sesto gol, un pallonetto da fuori area che conclude un’azione a dir poco fantastica. Quel goal è considerato tutt’ora uno dei migliori mai realizzati da Larsson, se non probabilmente il migliore in assoluto. Quel giorno, proprio grazie a Larsson, i biancoverdi disintegrano i leggendari nemici in una partita che difficilmente si dimenticherà. In quest’annata fantastica il Celtic vince la Scottish Premier League, la Coppa di Scozia e la Coppa di Lega scozzese. A dimostrazione che Larsson si è definitivamente ristabilito dopo un anno difficile ci sono poi i 29 gol in 33 partite giocate nella stagione 2001-2002 dove vince nuovamente la Scottish Premier League.
Nel 2002-2003 segna 28 gol in 35 partite di campionato. Nella stessa annata il Celtic raggiunge la finale di Coppa UEFA contro i portoghesi del Porto, che vincono la partita per 3-2, dopo aver segnato la rete decisiva nei tempi supplementari. Anche questa volta, malgrado la sconfitta dei biancoverdi, Larsson conferma la sua fama di goleador, segnando entrambe le reti della squadra. Nella stagione successiva, 2003-2004, totalizza 30 centri in 37 match vincendo ancora la Scottish Premier League e la Coppa di Scozia.
Larsson è il terzo miglior marcatore nella storia del Celtic. Nell’autunno del 2003 ha battuto il record di gol europei segnati da un giocatore di un club britannico con il 31esimo gol segnato in occasione del 4-0 contro l’MTK Budapest.
Henrik Larsson, insieme a Kenny Dalglish, Jimmy Johnstone, Paul Wilson, John Hughes e Jimmy McGrory, è considerato una delle Leggende del Celtic.
Su Larsson la BBC e le televisioni scozzesi hanno realizzato numerosi servizi e documentari, a cui hanno partecipato personalità quali gli ex compagni di squadra Chris Sutton, Alan Thompson, Giovanni van Bronckhorst, Jackie McNamara, ex allenatori come John Barnes, Wim Jansen e Martin O’Neill, ma anche amici come Robert Pivac o addirittura il presidente dell’UEFA Lennart Johansson.








